Biblioteca di Studi Slavistici – 22 – Comitato scientifico Giovanna Brogi Bercoff (Direttore), Stefano Bianchini, Marcello Garzaniti (Presidente AIS), Persida Lazarević, Giovanna Moracci, Monica Perotto Comitato di redazione Alberto Alberti, Giovanna Brogi Bercoff, Maria Chiara Ferro, Marcello Garzaniti, Nicoletta Marcialis, Giovanna Moracci, Donatella Possamai, Giovanna Siedina, Andrea Trovesi Associazione Italiana degli Slavisti Linee di confine Separazioni e processi di integrazione nello spazio culturale slavo a cura di Giovanna Moracci Alberto Alberti Firenze University Press 2013 Linee di confine. Separazioni e processi di integrazione nello spazio culturale slavo / a cura di Giovanna Moracci, Alberto Alberti. - Firenze : Firenze University Press, 2013. (Biblioteca di Studi slavistici ; 22) http://digital.casalini.it/9788866555575 ISBN 978-88-6655-557-5 (online) La collana Biblioteca di Studi Slavistici è curata dalla redazione di Studi Slavistici , rivista di proprietà dell’Associazione Italiana degli Slavisti ( http://fupress.com/riviste/studi-slavi- stici/17 ) Impaginazione e progetto grafico: Alberto Alberti Certificazione scientifica delle Opere Tutti i volumi pubblicati sono soggetti a un processo di referaggio esterno di cui sono respon- sabili il Consiglio editoriale della FUP e i Consigli scientifici delle singole collane. Le opere pubblicate nel catalogo della FUP sono valutate e approvate dal Consiglio editoriale della casa editrice. Per una descrizione più analitica del processo di referaggio si rimanda ai documenti ufficiali pubblicati sul catalogo on-line della casa editrice ( www.fupress.com ). Consiglio editoriale Firenze University Press G. Nigro (Coordinatore), M.T. Bartoli, M. Boddi, R. Casalbuoni, C. Ciappei, R. Del Punta, A. Dolfi, V. Fargion, S. Ferrone, M. Garzaniti, P. Guarnieri, A. Mariani, M. Marini, A. Novelli, M. Verga, A. Zorzi. © 2013 Firenze University Press Università degli Studi di Firenze Firenze University Press Borgo Albizi, 28, 50122 Firenze, Italy www.fupress.com Printed in Italy Linee di confine. Separazioni e processi di integrazione nello spazio culturale slavo ,a cura di Giovanna Moracci, Alberto Alberti, ISBN 978-88-6655-557-5 (online), © 2013 Firenze University Press indice G. Moracci Premessa 9 Filologia e letterature slave dei secoli X-X vii A. Alberti Gli scriptoria moldavi e la tradizione medio- bulgara. Il caso del Vangelo di Elisavetgrad 15 F. Romoli L’episodio del viaggio prodigioso negli Žitija Ioanna Novgorodskogo , Antonija Rimljanina e Isaii Rostovskogo 63 V.S. Tomelleri Alcune osservazioni su Medioevo e Umanesimo nella Moskovskaja Rus’ 89 G. Siedina O felice Rus’, rallegrati! I panegirici per l’ascesa al soglio metropolitano di Joasaf Krokovs’kyj 121 letterature G. Ghini Viaggi iniziatici tra mito e letteratura: Čechov e Bunin 149 B. Sulpasso N.I. Petrovskaja e S. Przybyszewski: intersezioni russo-polacche 165 Lj. Banjanin Due volti dell’esilio nella letteratura serba: Crnjanski e Albahari 183 K. Jaworska I confini violati nella prosa di Herminia Naglerowa e Beata Obertyńska 199 Linee di confine 6 C. Pieralli La lirica nella ‘zona’: poesia femminile nei GULag staliniani e nelle carceri 221 G.E. Imposti Nabokov bifronte: l’autotraduzione da e verso il russo 247 I. Marchesini Lolita e il suo doppio: l’autotraduzione e la ricezione dell’opera nel contesto sovietico e post-sovietico 261 M.R. Leto “Eppure bevevamo il caffè insieme”: integrazione e disgregazione nella ex Jugoslavia 281 M. Mitrović Zone offuscate: le linee principali e quelle ‘marginali’ delle letterature serba, croata, bosniaca e montenegrina dagli anni ’90 a oggi 295 M. Bidovec Il ‛diverso’ nella letteratura slovena tra secondo e terzo millennio. Qualche osservazione sulle vecchie e nuove barriere raccontate dalla prosa slovena degli ultimi vent’anni 307 N. Badurina Il progetto della bibliografia di traduzioni “L’italiano nel mondo slavo” alla luce del comparativismo postcoloniale 327 lingue G. Moracci Confini semantici e morfologici. Per un riesame della questione dei prestiti dalla lingua italiana al russo 347 L. Skomorochova Venturini La pratica linguistica di Karamzin: cosmopolitismo o patriottismo? 361 M. Perotto Bilinguismo letterario e autotraduzione in URSS: il caso degli scrittori nazionali di origine turcofona 373 F. Fici La prosa di Maria Matios: una lingua letteraria di confine 393 S. Del Gaudio L’influsso italiano sulla lingua degli immigrati ucraini 413 C. Lasorsa Siedina L’accelerazione del russo attuale e i “mass- media” 437 Linee di confine 7 V. Benigni L’uso dei corpora linguistici nella ricerca e nella didattica della lingua russa 449 M.C. Ferro L’insegnamento della lingua russa a discenti italiani principianti: strategie didattiche 461 S. Berardi L. Buglakova La didattica del russo oggi e le nuove tecnologie: scenari e prospettive 475 cultura e storia M.M. Ferraccioli G. Giraudo Sudditi slavi della Serenissima 489 P. Lazarević Di Giacomo L’assenza dei confini nel giuseppinismo slavomeridionale 511 G. Motta La creazione di un nuovo confine. La frontiera romeno-ungherese dopo la prima guerra mondiale 533 G. D’Amato Complessi vicinati nelle nuove e passate differenze. Il caso di Ivangorod-Narva 549 M. Garzaniti Riflessioni sul contributo italiano alla definizione della storia culturale del mondo slavo nel contesto della storiografia sull’Europa centro-orientale 555 A. Trovesi Mutamenti e oscillazioni nel discorso sull’Europa orientale in Italia (1994-2009) 565 G. Mazzitelli Per una bibliografia italiana su confini, separazioni, processi di integrazione nel mondo slavo 577 Profilo degli autori 585 Linee di confine. Separazioni e processi di integrazione nello spazio culturale slavo ,a cura di Giovanna Moracci, Alberto Alberti, ISBN 978-88-6655-557-5 (online), © 2013 Firenze University Press Premessa I l titolo di questo volume rimanda ad una realtà presente, spesso drammaticamente, in tutti i territori in cui le culture slave, in diverse fasi storiche, si sono trovate a vivere a contatto con altre etnie. Al di là dei problemi di convivenza, complicati oggi da fenomeni quali globalizzazio- ne e multiculturalismo che dissimulano i conflitti identitari, la storia degli slavi si è sempre intrecciata a quella di altri popoli. È sembrato opportuno dunque proporre il tema, non inedito, dei ‘confini’ che offre ampio spazio di riflessione su una molteplicità di aspetti delle culture slave. Gli studiosi che presentano qui i loro saggi hanno interpretato ciascu- no secondo la propria area di interesse e il proprio approccio scientifico un tema così intrinsecamente legato al mondo slavo. L’indice segue un criterio fondato e in un certo senso tradizionale, per ambiti di ricerca: la filologia e le letterature slave medievali e del XVII secolo, le letterature moderne di diversi paesi slavi, le lingue slave moderne, la cultura e la storia. All’interno di ogni sezione si delineano i contorni di problematiche scientifiche sempre attuali, talvolta ispirate a recentissimi indirizzi di studio. Nella prima sezio- ne si spazia dalla tradizione manoscritta dei Vangeli di redazione bizantino- slava, alla funzione del motivo del viaggio prodigioso nelle agiografie sla- vo-orientali dei secoli XV e XVI, alla discussione sulla presenza di elementi culturali occidentali nella Moscovia, all’analisi degli elementi retorici e te- matici di panegirici in latino di tradizione ucraina ortodossa. Nella seconda unità il tema dei ‘confini’ ha ispirato saggi in cui essi sono considerati nella loro accezione più letterale, applicata alla frattura all’interno di una stessa letteratura slava (serba, polacca, russa) causata da eventi politici che, forse più che in qualsiasi altra area culturale, hanno diviso il campo fra scrittori riconosciuti in patria e scrittori esiliati o isolati nella deportazione. Oppure, in senso più ampio, si narrano gli eventi delle letterature e culture serba, croata, bosniaca e montenegrina di questi ultimi venticinque anni. Ma i con- fini sono anche intesi in senso simbolico attraverso l’analisi della poetica di alcuni autori russi e polacchi. Nella terza sezione, linguistica, il discorso Linee di confine 10 si sposta su fenomeni quali l’interlinguismo, il bilinguismo, ma anche sul- la barriera cognitiva fra discenti italiani e docenti di russo superata grazie ai principi di glottodidattica. Nella quarta unità, infine, l’approccio dell’in- terpretazione storica e, talora, l’utilizzo di fonti originali mettono in luce realtà di convivenze pacifiche o seri contrasti nell’ampio territorio abitato dalle popolazioni slave nell’epoca moderna e contemporanea, anche al di fuori dei paesi slavi (Romania, Ungheria, Estonia). Un gruppo di contributi analizza infine il punto di vista italiano nello studio e nella ricezione della storia culturale degli slavi. Al di là degli argomenti ben definiti e centrati da ogni autore nel pro- prio ambito di specializzazione, mi sia concesso tentare di fare un bilan- cio di questo volume considerando alcuni elementi da un angolo di visuale comparata. Il quadro estremamente vario originale e ricco di aspetti diversi delle culture slave, che si è venuto a ricomporre, invita a farlo, partendo an- zitutto da qualche osservazione sul termine stesso di ‘confine’. Nonostante denotino di solito un limite territoriale stabilito per leg- ge, e quindi rimandino ad una semantica molto concreta, i confini sono se- gni che la cultura trova o costruisce per dividere, distinguere, differenziare, classificare e separare (Z. Baumann). Ma, similmente alla ‘soglia’, i confini mettono anche in relazione un interno con un esterno, promuovono incon- tri, alimentano interazioni. Nello spazio europeo orientale ci troviamo dunque di fronte anzitut- to agli spostamenti di confini dovuti a sempre nuovi equilibri scaturiti, nel Settecento, dalle guerre fra Russia, Austria e Impero ottomano, e, in segui- to, dalla fine dell’Impero austro-ungarico e dalle due guerre mondiali. In particolare la riorganizzazione che è seguita al primo conflitto mondiale ha coinvolto territori dell’Europa Centrale abitati da diverse popolazioni, slave e non. Le nuove realtà scaturite dalla logica geo-politica degli eventi non hanno sempre rispettato l’antico stratificasi delle culture, ed hanno provo- cato una catena di dissidi e conflitti sino al termine del XX secolo. Ancora oggi dall’Italia si guarda ai paesi dell’Europa centro-orientale con un certo scetticismo. Le lingue che lì si parlano sono considerate ‘diffi- cili’, le tradizioni poco o niente affatto note. I flussi migratori dei popoli di questi ultimi vent’anni hanno contribuito a creare l’immagine di un’Europa di secondaria importanza, arretrata, che vuole imporsi alla prima. Eppure (e a questo speriamo tra l’altro che il nostro volume collettivo dia un suo piccolo contributo) dovrebbe essere ormai evidente che la nostra identi- tà di europei si riesce a mettere a fuoco, e con difficoltà, solo allargando lo sguardo ad est e imparando la lezione dei territori dell’Europa centro- orientale. Anche se gli slavi occidentali e parte degli slavi meridionali hanno partecipato alla storia occidentale sin dal medioevo e ne sono stati poi di- Premessa 11 visi dagli eventi storici che si sono appena nominati, si potrà forse forgiare una nuova identità europea solo riflettendo sulle vicende dell’intero mondo slavo, e sperimentando le stesse difficoltà di convivenza (quale è ora an- che l’esperienza dell’Europa occidentale) fra residenti e immigrati, culture maggioritarie e minoritarie, identità e alterità. Concetto sfuggente per definizione, demarcazione giuridica di posses- so e sovranità, linea che segna la separazione ma anche il contatto fra due territori, il ‘confine’ rivela inoltre la capacità di evocare potentemente stati problematici dell’esistenza umana. Nel discorso letterario le linee di confi- ne possono attraversare spazi culturali, marcandoli o cancellandoli, oppu- re la loro immagine è istituita sul piano simbolico. Nulla meglio di ciò che accade agli scrittori appartenenti per lingua, formazione culturale e nazio- nalità ad uno o più stati che facevano parte della federazione jugoslava può esemplare la condizione di trovarsi al di qua e al di là di un confine culturale non scelto. Scrittori attivi contemporaneamente in più centri culturali e na- zionali, oggi capitali di stati indipendenti separati, narratori di nazionalità e lingua diverse ma cresciuti insieme nella stessa città, casi insomma comuni in ampi territori multietnici, a cui ogni tradizione culturale ha dato il pro- prio specifico contributo, sono costretti da una logica, per certi versi oppo- sta ai principi intrinsecamente poetici e umani, entro confini nazionali (ser- bi, croati, bosniaci e montenegrini) che si proiettano sul piano letterario. La letteratura ci restituisce anche il racconto di una variante di confini storicamente molto connotata, quella dovuta all’esilio, alla deportazione, alla segregazione. È noto che l’esilio e l’emigrazione imposta da circostan- ze politiche costringono lo scrittore al traumatico sradicamento dall’ humus culturale e linguistico che nutre la sua opera. Ma spesso, per una speciale tenacia della fedeltà a se stessi, la nuova condizione del vivere in un altro paese gli fa scoprire una libertà narrativa che prima non conosceva. Acca- de dunque che la distanza spaziale e l’isolamento provochino invenzioni letterarie, associate anche a contaminazioni tematiche e linguistiche con le culture in cui lo scrittore o il poeta è stato immerso per necessità. Solo da anni relativamente recenti in molti paesi slavi la produzione degli scrittori emigrati è considerata parte di quella ‘letteratura naziona- le’ che ancora occupa il posto principale nella rappresentazione che alcune culture vogliono dare di sé nell’ufficialità. Eppure, in sostanza, la letteratura può essere messa a fuoco nella sua completezza solo se “vista da lontano” (Moretti). Dopo una conoscenza ravvicinata e analitica dei testi, per com- prendere meglio, in questo caso, le letterature slave è necessario allonta- narsi. Si coglieranno così le peculiarità delle opere di scrittori vissuti in un certo paese, o emigrati, o partecipi di più culture, e si potranno istituire Linee di confine 12 confronti e considerare gruppi più ampi secondo principi (genere, epoche, ed altri dipendenti dai casi specifici) più fertili della nazionalità. Le linee di confine separano e avvicinano, e la loro metafora ha permes- so di rappresentare i tanti aspetti dell’alterità senza distorsioni. Nel concludere il lavoro rivolgo un ringraziamento al direttore e alla re- dazione della collana “Biblioteca di Studi Slavistici”, nonché alla casa editri- ce. Vorrei ringraziare inoltre in particolare il collega Alberto Alberti con cui condivido la cura del libro. A lui è dovuta l’ideazione del formato digitale e la sua realizzazione. Mia responsabilità è stata l’organizzazione del volume miscellaneo e l’editing. Giovanna Moracci I saggi qui raccolti sono basati sulle relazioni del V congresso dell’Associa- zione Italiana degli Slavisti (AIS): “Confini, separazioni e processi di integrazione nel mondo slavo fra storia, cultura, lingue e letterature” (Faenza, 22- 24 settembre 2011), organizzato dal direttivo dell’AIS (Marcello Garzaniti, Stefano Bianchini, Per- sida Lazarević, Giovanna Moracci, Monica Perotto) e grazie al supporto del Centro per l’Europa Centro-Orientale e Balcanica (CECOB) diretto da S. Bianchini. Ci sem- bra dunque questo il luogo più opportuno per esprimere un ringraziamento parti- colare, per la collaborazione ai lavori del congresso, a Dessislava Krasteva, Luciana Moretti e Massimiliano Del Gatto. Filologia e letterature slave dei secoli X-XVII Linee di confine. Separazioni e processi di integrazione nello spazio culturale slavo ,a cura di Giovanna Moracci, Alberto Alberti, ISBN 978-88-6655-557-5 (online), © 2013 Firenze University Press Gli scriptoria moldavi e la tradizione medio-bulgara. Il caso del Vangelo di Elisavetgrad Alberto Alberti 1. I principati di Moldavia e Valacchia nei secoli XIV-XVII I principati romeni di Moldavia e Valacchia rappresentano un impor- tante tassello della storia letteraria slavo-ecclesiastica. Che essi abbiano condiviso per secoli la liturgia e la lingua letteraria delle popolazioni slave ortodosse è un fatto ben noto, ma l’effettivo apporto che queste formazioni politiche tardo-medievali diedero alla civiltà letteraria slavo-ecclesiastica è spesso sottostimato, se non addirittura misconosciuto. L’adozione della liturgia slava nelle terre romene sud-orientali non è ancora databile con precisione, ma verosimilmente può essere fatta risalire a tempi molto an- tichi, fino al X secolo 1 . Tuttavia, i due principati si resero politicamente in- dipendenti soltanto alla metà del XIV secolo; più precisamente nel 1330 la Valacchia e nel 1359 la Moldavia, entrambe lottando contro il dominio tata- ro, da un lato, e contro l’ingerenza ungherese, dall’altro 2 . In seguito, con la concessione dei seggi metropolitani da parte di Costantinopoli (nel 1359 in Valacchia e nel 1401 in Moldavia), la liturgia cessò di avere carattere esclusi- vamente monastico 3 ; si posero così le basi per una grande opera di raccolta, copiatura e diffusione del patrimonio testuale slavo-ecclesiastico. Due fattori, in particolare, condizionarono e resero possibile questo transfert culturale: in primo luogo, la caduta della basileia bizantina e delle dinastie regnanti bulgara e serba sotto i colpi dell’avanzata ottomana pri- vò le comunità ortodosse, in particolare quelle monastiche, del necessario supporto economico; prima che la Moscovia si liberasse definitivamente dai tatari (1480) e ottenesse il riconoscimento del patriarcato (1589), i prin- cipi moldavi e valacchi rimasero i soli patroni e difensori del monachesi- mo balcanico e aghiorita 4 . Si è giunti ad affermare che “nessun altro popo- 1 Deletant 1980: 5. Sui contatti tra slavi e romeni nel tardo antico cf. – oltre a Oțetea 1971 – Nandriș 1939 e 1946; cf. anche Deletant 1980: 1sg. 2 Oțetea 1971: 147-151; Castellan 2011: 39sg. 3 Deletant 1980: 6; cf. Oțetea 1971: 148; Alzati 1981: 91; Castellan 2011: 43. 4 Turdeanu 1985: 11; Alzati 2001: 135. Alberto Alberti 16 lo ortodosso ha fatto tanto per l’Athos, quanto hanno fatto i Romeni” 5 . Pur vassalli a più riprese del Sultano, infatti, i principati danubiani godettero di uno status privilegiato nei loro rapporti con l’impero ottomano: in virtù della loro enorme forza militare 6 (e della loro collocazione nello scacchiere politico dell’epoca), essi non entrarono mai a tutti gli effetti come pascialati nella Dar ül-Islam (ar. Dār al-Islām , ‘Casa dell’Islam’), sul loro suolo non ven- nero mai erette moschee, né venne applicato il sistema del devşirme , ovvero la recluta forzata di giannizzeri, che privò dei giovani migliori la maggior parte dei territori soggetti alla Sublime Porta 7 . Le leggi e la struttura sociale di questi paesi rimasero immutate, senza alcuna sovrapposizione da parte della classe dominante ottomana. Paradossalmente, inoltre, il fatto stesso che i regnanti valacchi e moldavi dovessero ricevere l’investitura del Sulta- no a Costantinopoli, garantì loro la contestuale benedizione del patriarca ecumenico, in continuità con il rituale d’incoronazione degli antichi impe- ratori bizantini, elemento che contribuì a fare delle terre romene una vera ‘Bisanzio dopo Bisanzio’ (secondo la celebre definizione di Nicolae Iorga 8 ). Le donazioni dei principi valacchi erano dirette soprattutto a Hilandar, mentre la Moldavia fu particolarmente munifica nei confronti di Zograf e di S. Paolo. A partire dalla metà del XV secolo, anche il monastero della Trinità di Tărnovo ricevette cospicue donazioni sia da parte moldava, sia da parte valacca 9 , ma sono pochi i centri monastici dei Balcani che non godettero, in un momento o nell’altro, della munificenza romena: si registrano donazioni a Rila, Sopoćani 10 , Lesnovo, Kratovo e Krušedol 11 . Questo è il motivo princi- pale per cui regnanti moldavi come Stefano il Grande (Ștefan cel Mare, 1457- 1504) e il figlio di questi, Petru Rareș (1527-1538 e 1541-1546) sono ritenuti degni di “memoria eterna” anche in opere slave come il Synodikon di Boril 12 (naturalmente nella sua copia cinquecentesca 13 ). Se a tutto ciò aggiungiamo che i monasteri valacchi e moldavi erano sottomessi direttamente ai mona- steri atoniti 14 e che molti monaci moldavi si recavano a Zograf per effettuare 5 Così lo storico del Monte Athos Porfirio Uspenskij (cit. in Alzati 1981: 149). 6 Alzati 2001: 134. 7 Alzati 2001: 134sg.; cf. Oțetea 1971: 179. 8 Iorga 1935. 9 Turdeanu 1985: 13, cf. 118, 138. 10 Alzati 2001: 136. 11 Turdeanu 1947: 144. 12 Turdeanu 1947: 144. 13 Стефану мѫлдѡ в ’скому го с подару. вѣ ч наа паметь. Иѡ н Пѣтроу мулдов с кому г с подару вечнаа памет И г с пож д а е г елѣнаа и чеда и х вечнаа паметь (f. 40r, cf. Božilov et al. 2010: 176; cf. anche Alberti 2011). 14 Alzati 1981: 156sg., 204. Gli scriptoria moldavi e la tradizione medio-bulgara 17 il proprio apprendistato 15 , diviene comprensibile quanto stretto fosse il le- game che ormai univa questi centri di produzione culturale e letteraria. In particolare, proprio durante il regno di Stefano il Grande si può osservare un “vai e vieni continuo” tra la Moldavia e l’Athos 16 Il secondo motivo che portò nei principati romeni un numero sem- pre crescente di opere letterarie slavo-ecclesiastiche risiede nella natura stessa del territorio: situate al crocevia tra l’Europa occidentale e setten- trionale e i principali porti del Mar Nero (e le rotte commerciali che da lì dipartivano per l’Oriente), queste terre rappresentavano una tappa obbli- gata per profughi o viaggiatori, in particolare per i patriarchi e i presuli or- todossi diretti verso la Rutenia e la Moscovia 17 . Di particolare importanza era la cosiddetta ‘strada moldava’ 18 , che univa le basi genovesi di Chilia, Vicina e Moncastro (Cetatea Albă) con L’viv, e che contribuì a dare alla cul- tura moldava un respiro internazionale assai più ampio di quella valac- ca, il cui orizzonte culturale restò prevalentemente limitato ai Balcani 19 . La Moldavia, infatti, non solo ebbe interscambi profondi, di natura politica e culturale, con la Polonia-Lituania (di cui fu vassalla tra XIV e XV secolo) 20 e la Moscovia (soprattutto ai tempi di Ivan IV) 21 , ma dialogò a più riprese 15 Turdeanu 1947: 132. 16 Turdeanu 1985: 118. 17 Alzati 2001: 136; cf. Alzati 1981: 201sg. La presenza documentata di singoli viaggiatori e profughi non significa che si siano verificate vere e proprie migrazio- ni di massa a nord del Danubio dalle terre bulgare e serbe dopo la conquista turca, cf. Turdeanu 1947: 25, 62; 1985: 5, 86; cf. anche Talev 1973: 75. Sulle reliquie che rag- giunsero la Moldavia (Santa Filotea) e la Valacchia (Santa Parasceve), cf. Turdeanu 1947: 84, 90. 18 Oțetea 1971: 139; cf. Rosetti 1927-1928: 89, 96; Deletant 1986: 204. 19 Alzati 1981: 179; Oțetea 1971: 247. Questo malgrado l’altra grande direttrice che procedeva dal Mar Nero in direzione est-ovest, e che passava per Târgoviște (Alzati 1981: 140sg.). La maggiore apertura all’Occidente del principato moldavo è evidente in campo architettonico: accanto a chiese e monasteri di chiara impron- ta bizantina, infatti, “costruttori venuti dalla Polonia o dall’Ungheria” eressero già nel Trecento edifici in stile romanico e, successivamente, gotico (Castellan 2011: 64). Ancora agli inizi del XVII secolo, il metropolita Anastasie Crimca (cf. in- fra ) fece costruire nel monastero di Dragomirna due edifici “che si ispirano [...] al gotico transilvano con elementi di decorazione rinascimentale” ( ibidem : 89). L’ar- chitettura valacca, dal canto suo, fin dal XIV secolo presenta interessanti punti di contatto con la tradizione armena e georgiana, che non mancheranno di infuen- zare la stessa arte moldava ( ibidem : 87sgg.). 20 Deletant 1986. 21 Alzati 2001: 137sg.; Alzati 1981: 205, cf. 187. Alberto Alberti 18 con il mondo cattolico anche dal punto di vista religioso: si ha infatti no- tizia di regnanti che si convertirono 22 e di metropoliti che si dichiararono in comunione con Roma 23 ; il paese, che già agli inizi del XIII secolo, nel contesto della generale politica di espansione ungherese a est dei Carpazi, era stato dotato di una cattedra episcopale cattolica 24 , in seguito fu ripetu- tamente visitato da missioni francescane, domenicane e gesuite 25 . In par- ticolare, fu la ferma politica antiottomana di Stefano il Grande a suscitare l’interessamento della Santa Sede per le vicende moldave: l’interruzione del pagamento del tributo e la messa in campo del suo potente esercito valse a Stefano l’appellativo di Athleta Christi da parte di Sisto IV 26 . Soprat- tutto, però, fu il clima di tolleranza religiosa, che caratterizzò l’intera sto- ria del principato moldavo, a rendere fecondo l’incontro tra le tradizioni della cristianità occidentale e orientale. L’unica ombra nella storia del dia- logo interreligioso in Moldavia è rappresentata dalla “folle persecuzione per il rebattesimo” degli armeni, nel 1551 27 . La felice convivenza tra cattoli- ci e ortodossi, in particolare durante l’episcopato del candiotto Bernardi- no Quirini (vescovo cattolico di Argeș dal 1591, con residenza a Bacău) 28 , è in buona parte spiegabile con la comune necessità di arginare l’ingerenza protestante; comunque sia – riprendendo le parole di C. Alzati – “il clima ecclesiale che allora si instaurò [...] ha dello straordinario nel contesto di un’Europa dilaniata dalle rivalità confessionali [ed] è ben evidenziato dalla presenza del vescovo latino alle solenni celebrazioni dell’Epifania greca e dalla partecipazione della corte e del metropolita alla processione latina del Corpus Domini” 29 . Inoltre, tra XVI e XVII secolo, a Cotnari e a Iași furono fondati collegi latini di insegnamento; in particolare quello di Iași continuò a operare fino al XVIII secolo 30 , parallelamente all’istituto analogo che nel 1631 fondò a Kiev un altro prelato moldavo, Petru Movilă 31 (che non a caso collaborò all’istituzione del collegio di Iași 32 ). Il fatto che Movilă sia noto come uno dei più strenui avversari dell’Unione delle Chiese non deve far 22 Latcu, nel 1370 (Oțetea 1971: 165; Deletant 1986: 193). 23 Il metropolita Giorgio Movilă, sul finire del XVI secolo (Alzati 1981: 207sgg.). 24 Oțetea 1971: 144. 25 Alzati 1981: 275sgg. 26 Dvoichencko-Markov 1980: 241. 27 Alzati 1981: 242. 28 Alzati 1981: 306sgg., cf. 281, 288; Alzati 2001: 141. 29 Alzati 2001: 157. 30 Oțetea 1971: 236, cf. 239. 31 Chyžnjak, Man’kivs’kyj 2003: 40sgg.; cf. Graham 1955. 32 Oțetea 1971: 239. Gli scriptoria moldavi e la tradizione medio-bulgara 19 dimenticare il contesto culturale e familiare nel quale egli si formò, carat- terizzato da una grande apertura nei confronti del cattolicesimo e dei suoi apporti teologici e dogmatici 33 Infine, un ulteriore canale per i contatti con il mondo occidentale era rappresentato dal commercio, che per collocazione geografica, come ab- biamo visto, rappresentava la vocazione naturale del territorio romeno, ed era prevalentemente gestito da forestieri. Se in Transilvania ad occu- parsi di compravendita erano i sassoni e in Moldavia (anche) gli armeni, in Valacchia questo settore era principalmente nelle mani dei mercanti di Dubrovnik 34 Malgrado le sensibili influenze occidentali, tuttavia, fin dal principio la cultura romena – con l’eccezione della Transilvania ungherese, dove il pro- testantesimo gettò solide basi – fu di matrice slavo-ecclesiastica e balcani- ca; a delineare i contorni della fisionomia culturale dei due principati non furono soltanto motivi confessionali o linguistici, ma anche scelte di carat- tere – diremmo oggi – geopolitico. Per tutelarsi dall’ingerenza prima tatara, poi ungherese e polacca, infatti, i voivodi e hospodari moldavi e valacchi si imparentarono in più occasioni con le dinastie regnanti bulgare e serbe. Particolarmente noto è il caso dello zar bulgaro Ivan Aleksandăr, che sposò in prime nozze Teodora, figlia del fondatore stesso della dinastia valacca, Ioan Basarab (1330-1352) 35 . Il fatto che Ivan Aleksandăr abbia poi ripudiato la prima moglie per sposare l’ebrea neoconvertita Sara sarebbe alla base – secondo Turdeanu – del ritardo con il quale la cultura romena in generale, e valacca in particolare, ha recepito le conquiste culturali del Trecento bul- garo 36 . La tradizione medio-bulgara, in effetti, fu seguita prevalentemente in Moldavia 37 , dove l’ortografia tărnoviana restò sempre la norma ufficiale, mentre in Valacchia la tradizione serba rappresentò un valido concorrente, a partire dagli albori del monachesimo valacco, con la fondazione dei mona- steri di Vodița (1365 ca) e di Tismana (1385 ca) ad opera dell’esicasta serbo- greco Nicodemo 38 , per finire con l’introduzione della stampa agli inizi del 33 Alzati 1981: 326. In quello che viene considerato il “testamento spirituale” di Movilă, ovvero il memoriale Sententiae cuiusdam Nobilis Poloni Grecae Religionis (1644), il metropolita “riconosce al papa un primato d’onore, ma non di giurisdi- zione. La critica di Mohyla [Movilă] al Sinodo di Brest è è proprio radicata nel fatto che nel 1596 i vescovi si siano subordinati direttamente a Roma, infrangendo il loro rapporto di comunione con il patriarca di Costantinopoli” (Codevilla 2011: 78). 34 Alzati 1981: 141sg.; cf. 239sg. 35 Turdeanu 1947: 25. 36 Turdeanu 1947: 25sg. 37 Turdeanu 1985: 6. 38 Turdeanu 1985: 17-37; cf. Deletant 1980: 10sg. Alberto Alberti 20 XVI secolo nella tipografia del serbo-montenegrino Makarije a Târgoviște 39 (e in seguito, del serbo Dmitrije Ljubavić, alla cui scuola si formerà la “figura dominante della stampa nel XVI secolo”, vale a dire il diacono Coresi 40 ). La tradizione medio-bulgara fu del resto seguita anche in Valacchia, soprat- tutto nella cancelleria di corte e in alcuni centri monastici minori 41 . A tal proposito, è interessante il tentativo di leggere nella contrapposizione tra le tradizioni medio-bulgara e serba, tipica del XIV secolo valacco, il rifles- so dell’opposizione tra centri monastici legati al potere principesco e laure esicaste da esso autonome 42 I principali scriptoria moldavi dei secoli XIV e XV, invece, si trovava- no presso la Grande Chiesa della capitale Suceava (dove fu attivo Grigorij Camblak) e presso il monastero di Neamțu, dove lo scriba Gavril Uric copiò 13 manoscritti di rara bellezza, e che rappresenta “una sorta di Alma Mater della cultura slava in Moldavia” 43 . Ma fu durante il regno di Stefano il Gran- de (1457-1504) che la Moldavia acquisì quello che forse si può considerare il più importante monastero della regione, cioè quello di Putna (fondato nel 1470 44 e destinato a cadere in declino verso la metà del secolo successivo 45 , fino a cadere preda dei “barbari saccheggi” dei cosacchi di Chmel’nyc’kyj nel 1653 46 ). Infatti, mentre Neamțu fu caratterizzato da un’incessante pro- duzione di manoscritti ad uso dei monasteri del paese, la vocazione di Put- na fu maggiormente artistica 47 L’enorme impatto che la tradizione medio-bulgara ebbe sull’attività let- teraria romena non è dimostrato solo dal gran numero di copie di prove- nienza moldava delle opere dei letterati bulgari del Trecento (in particolare le agiografie e la corrispondenza del patriarca Eutimio, come ha efficace- 39 Alzati 1981: 150; cf. Deletant 1980: 14; Oțetea 1971: 234; Castellan 2011: 83; Nemirovskij 2009: 70-86. 40 Deletant 1980: 14sg.; su Dmitrije Ljubavić cf. Nemirovskij 2009: 166-171; su Coresi cf. Nemirovskij 2011: 45sg. 41 Turdeanu 1985: 37. 42 Turdeanu 1985: 46. 43 Turdeanu 1985: 114; cf. Deletant 1980: 11. 44 Turdeanu 1985: 116. 45 Turdeanu 1985: 165. 46 Turdeanu 1985: 130-131; Oțetea 1971: 199. Nei secoli precedenti, in realtà, i cosacchi avevano ripetutamente collaborato con la Moldavia in chiave antiot- tomana; moldavo fu perfino un atamano dei cosacchi, Ion Movilă – della stessa insigne famiglia del metropolita di Kiev, Petru (cf. Dvoichencko-Markov 1980: in part. 245-248). 47 Turdeanu 1985: 162; Deletant 1980: 13. Sull’arte romena dei secoli XV-XVIII, cf. Oțetea 1971: 244-251.