LX « When you live hard and you play hard and burn the candle at both ends... in this life, you can lose everything you love, everything that loves you » — Randy 'the Ram' Robinson Ma se ci faccio caso, solo adesso mi accorgo che di tutte quante le stagioni sono state più belle quelle corte: brevi lampi d’afa che si alzano staccati dall’asfalto rovente, nella notte fulgidi fuochi d’artificio — notte di Garibaldi in spiaggia a Cesenatico! — soffici nevicate che diventano nevoni all’improvviso, temporali battenti che decretano senz’appello la fine delle estati. È stata corta sì la primavera di quelle pazze gite col pulmino dell’Osservanza in Lazio nella Tuscia (rivista tanti anni dopo) a briglia sciolta in luoghi immaginati più che visti davvero: una Bolsena di scale e contrafforti immaginifici, che tanti anni dopo ho ricercato invano e che non c’era se non in me, un’Orvieto leggendaria finita in fondo al pozzo giù dal Duomo, una Viterbo onirica e violenta senza papi nel cono della sera, ma sono certo che un piazzale c’era di san Francesco con una fontana al centro: è lì che ho chiesto al Cielo: “Allora, è questa la felicità negli occhi altrui sempre intravvista, mai provata veramente?”, ma che non mi ha risposto. Corta l’estate della maturità, dei primi esami all’università quando studiavo al mare sul terrazzo di quell’appartamento (poi, venduto) come appeso a mezz’aria in un paiolo di calura squarciato dai boati furibondi, esaltati dei tifosi ad ogni goal segnato dall’Italia, che era grido di gioia, incitamento di comunione con perfetti estranei sconosciuti, invisibili; corta l’estate a modo suo di quando — ardita impresa — espugnammo la Spagna da Barcellona fino in giù a Granada per trovarmi al cospetto del Palazzo di Carlo — tutte quante le cose eccelse si sa che sono vane e dispendiose — e lì mi sono finto un inquilino abusivo del grande Imperatore eternamente assente. Fantastico ed estivo è stato corto l’autunno d’oro del mio viaggio in Grecia indefinito e fatuo come un dormiveglia terso, rigato da quei primi abbagli di un’alba fragorosa di rondini, di merli e capinere. Alla fonte Castalia ho passato le acque, ho consultato per scherzo anche l’oracolo di Delfi scampato appena all’irruenza di un acquazzone non vaticinato, ma la gioia ineffabile di salire sul colle di Micene, di circumnavigare le Meteore, di scoprire che un cuore veneziano palpita ancora a Nauplio, possono forse equiparare il tenero sollievo di telefonare a casa da un chiosco dei giornali? (E quante cartoline al mio ritorno!) L’inverno folle delle discoteche quando un mio doppio dandy e libertino — ahimè, per troppo poco — si sfiniva di sbornie fino all’alba perduto tra i fumogeni in gara di bevute e di eleganza neppure mi ricordo di quanto è stato corto, assurdamente intenso e quanto, poi, per quanto tempo l’ho rimpianto. Quanti segni ha lasciato e cicatrici in me toccare, infine, sacrilegamente l’altrui felicità, provarla e chiedersi se a me pure potesse mai spettare. E Civita di Bagnoregio affonda, intanto irrimediabilmente, e io con essa, abbarbicato irreversibilmente ai miei ricordi, io, — a fondo nelle sabbie mobili degli anni — io che farò adesso che non ho più amori, amicizie non ho, non ho passioni (nemmeno le desidero) e, soprattutto, che non ho più giorni da buttare a piene mani dalle finestre in strada — generose manciate di coriandoli — inaspettatamente lieto come tutte le volte che a festa srotolavano coperte di broccato sontuose ai davanzali — umili drappi accesi, colorati, di raso dai balconi gremiti, aperti sulle processioni? Quali saranno adesso e quanto lunghe saranno le stagioni? 5 luglio-9 agosto 2025