XLVIII «Do you really want to hurt me? Do you really want to make me cry?» —Boy George Per una lettera mai scritta per quei pochi goduti di sfuggita momenti allegramente certo a scorno del tedio e dell’angoscia, per quelle frasi smozzicate dette sotto il gran peso della calura estiva tu vorresti ricominciare (o meglio, cominciare)? Ma non saprei neppure più trovare quel giardinetto vuoto e silenzioso frequentato da vecchi e poveretti — ricordo dietro un’abside di chiesa — (che differenza mai da una canonica qualunque di campagna in un borgo qualunque di Romagna?) che non sembrava certo parigino: ci ascoltavamo in radio i Culture Club è vero sì che mi è rimasto impresso di sicuro non era il Luxembourg, ma quella volta (dieci anni dopo) che ho ben pensato di ricostruirlo da me per me soltanto e nella mente assorto in square de la Tour Saint-Jacques ( ma felice di più!) mi ha colto il dubbio che, se alla fine un luogo vale l’altro, anche un amore, forse, vale quell’altro e l’altra volta invece che per scherzo ti ho detto che ti amavo — eri un’altra, però — in quell’ultimo banco a cicalare durante la lezione di informatica e lo pensavo, invece, veramente e tu ti sei schermita (ma per scherzo?) non vale, in fondo, come questa volta? È troppo tardi. L’attimo è passato: la compagnia dei guitti che ha inscenato per gioco l’atellana di quei giorni felici e sciocchi (felici perché sciocchi) ha smontato e non torna sui suoi passi: c’è un momento preciso in cui bisogna dire o non dire e, poi, lasciare andare: tutto il resto non conta. E c’è un momento in cui bisogna crederci, lasciarsi andare e non pensarci più: in fondo amare è sempre una scommessa, scommettere sul vuoto che, invece, non sia vuoto veramente, sia il campo di una forza sconosciuta testarda e irrazionale che contro ogni evidenza ci soccorra, che contro ogni evidenza ci sostenga, che contro ogni evidenza ci sollevi ad altezza del volo delle rondini. Non so che cosa mi abbia preso allora, ma quella volta forse ci ho creduto: più o meno (più?) come quell’altra — eri un’altra, però — che ai primi giorni della primavera ho sostato giulivo al tuo cancello (sorridente e festoso, fantasticando un attimo felice) in dubbio se suonare o no quella domenica e il lunedì mi hai detto che non c’eri. Eri tornata col tuo primo amore. A che vale soffrire e perdurare finire e, poi, ricominciare? “Serba — io ti avrei scritto, invece — per qualcun altro il tempo dei sospiri”. 1983; 22-27 novembre 2025; 31 gennaio 2026