XXI « Sulla via di Taormina Tra uliveti e azzurro pelago il cammin serpeggia al lito; scosta Aurora al nevi-candido Etna il vel col roseo dito. » — Carl Snoilsky Io per me amo le città del Sud: Palermo, Marrakesh, Cagliari, Elat, appena ravvisata dalla coffa dei sogni e, poi, Siviglia, Sibari e La Canea, Gerusalemme, Siracusa, Termoli, Evora, Salonicco, Famagosta, Alghero e un’altra qualche forse ancora che più non mi sovviene, che ho visto o non ho visto, che mi immagino soltanto, a modo mio, fors’anche, un po’ maldestro e per partito preso. Amo il caldo perimetro di luce, ruvido e spigoloso a fisarmonica che racchiuda e costringa le mie diastoli di pensieri tetragoni e li induca a bonaccia di idee disincarnate riformulati in una gloria, infine. Sfinito sulla spiaggia ho costatato dorata di Colombo — e già sprofonda nel tumultuoso azzurro delle onde — che, se mi allungo inerte nel calore fuso del cielo, non distinguo più dai versi il ritmo stracco della vita: stupisco che si possa stare altrove come quel giorno a Parga disteso sul lettino che origliavo allegre e vane grecità di giovani a gara di bicipiti e dorsali (come Platone?) ed ho rimpianto a Sciacca crudo quel taglio netto delle ombre. Amo gli accordi pieni e fragorosi, immensi come grappoli sonori di undicesima, nona, tredicesima che avanzino lentissimi a gradiente come una processione di timpani, di tube e di grancasse su per la scala di Giacobbe in cielo. Ebbene sì c’è qualche profezia che si compie davvero, ma lo stesso mi sfugge o non ne colgo il senso: adesso rivivo quella volta come fosse ieri che a Taormina mio padre, folle, su per la scarpata con la roulotte a traino pensava di arrivare fino in centro e noi di dietro a spingere. Fu allora da un qualche belvedere che mi accorsi — uguale alla cartina della guida — per caso del miracolo: laggiù — splendida e inarrivabile laggiù — laggiù! L’Isola Bella! Amo le spiagge a fuoco per il caldo, le acque terse cristalline più perfino di zaffiri, i monasteri come punte di lancia nel costato bizantino di Cipro. Amo i ricordi — cesellati e immobili, negletti e negligibili cammei, pendenti al collo delle imperatrici — presi così, a casaccio, dalle calze della Befana e, sì, sono i più belli! Così fu solo dopo diciassette anni o giù di lì (non faccio bene i conti, ma nel duemila tre in agosto) che ho ripercorso tutta quanta l’orbita — astro cadente del mio stesso cielo — della memoria ed ho riavvolto il nastro fino a incontrare quello stesso punto. Riverso sulla spiaggia in preda a uno stupore senza tempo ubriaco di luce e di salsedine, ho goduto, nuotato, camminato fino a toccare con mani e piedi al vero quel miracolo tanto lontano da quel belvedere (uguale alla cartina della guida): bisognerebbe poi non sopravvivere per ricordare bene! Così è che dopo diciassette anni (molti di più: non faccio bene i conti!) il dubbio è più che lecito: che fosse appunto quella la felicità? 1991-1992; 10-16 febbraio 2026