LII Non so se per le Grandi « Ἰητῆρα νόσων Ἀσκληπιὸν ἄρχομαι ἀείδειν, υἱὸν Ἀπόλλωνος, τὸν ἐμίξατο Κορωνὶς Φλεγυάο θυγάτηρ Δοτιῶνι πέδῳ ἐπιγείνασ ̓, ἔκπαγλον χαίρμον ̓, θελκτήριον ὀδυνάων. χαῖρε ἄναξ· σέο δ ̓ αὐτὸς ἐγὼ ὑμνῷ ἐπεγείρω. » —Inno omerico Dionisie o per le Piccole (o quant’altro si festeggi ad Atene in quel grande emiciclo o nell’Odeon) ho intonato un mio canto della capra accompagnato al coro delle rane Così sta scritto da qualche parte o solo in me — può darsi sia solo un falso o, forse, un inno adespoto —: Così dice la strofe “Posa il coturno e calza agile il socco o mia divina! È tramontata l’ora della cavea vuota e incandescente, teatro di tue rare fugaci apparizioni nel meriggio flagrante di zaffiro”. e, intanto, hanno suonato flauti doppi, cembali, tamburelli, lire e cetre di tanti talentuosi suonatori e si è danzato, ma così l’antistrofe: “ Ci vuole altro, quelle scarne sillabe che dettavi in deliquio dal proscenio — bellissime, fatali — non possono stornare la tragedia ormai nostra compagna. Impara il riso, o mia divina, se non sai fugarla”. Manca l’epodo (e insieme la commedia,) ma quel giorno divino e luminoso — per troppo caldo all’ombra degli ulivi quanto ha sofferto l’auto nel parcheggio, quanto ha sofferto, andando via, le pietre (bassa) e quei dossi e le radici d’albero! —, in piedi in cima al cerchio più largo del teatro di Epidauro asceso, in me raccolto soltanto per un attimo in silenzio, sotto il peso dell’afa ho chiuso gli occhi ed ho implorato Asclepio. 16-24 aprile 1982; 12 marzo 2026